La vita è fantastica. Eppure spesso non ci crediamo.
Quando stiamo bene non ci preoccupiamo di niente e nessuno.
Tutto ci sorride e non sentiamo di avere bisogno di interrogarci su nulla.
Quando stiamo male, consideriamo il momento una disgrazia, ci disperiamo e ci appelliamo velocemente al medico, allo psicologo, al counselor (se sappiamo chi è…!), al farmacista, al vicino di casa, a qualcuno che ci possa aiutare.
Questo è normale da un lato, non siamo tutti specialisti.  E’ giusto cercare aiuto e farsi accudire da chi ne sa più di noi.
Devo dire che mi vengono in mente, in questi giorni, i capolavori di Tiziano Terzani, penso al bellissimo “Un indovino mi disse”, e al più conosciuto ” Un altro giro di giostra”.

Mi aiutano a ricordare che nè la medicina e nè la scienza sono scienze esatte.
Mi sono infatti imbattuta in ogni sorta di ricette. Le visioni sono diverse per curare una stessa cosa.
Ed è bene che sia cosi, tutto sommato.
Il mondo è bello perchè è vario e ogni visione assume un colore diverso.
E’ come decidere di imbiancare la casa. Colori naturali oppure acrilici, terre naturali o vernici sintetiche, pennello, rullo, pareti tinta unita o marmorizzate?
Ma il bello è che avanzano non solo i veri medici, ma anche i conoscenti, gli amici che da loro esperienza si sono fatti una idea e consigliano le loro collaudate pozioni: solerti e attenti, con la chiara volontà e gioia di procurarti quel bene e quella attenzione di cui hai bisogno quando stai male.

Ed è interessante anche assistere al fatto che il medico non viene a vederti a casa e neppure ti vuole in studio, per cui si, forse questa pletora di persone che ti da consigli diventa importante per assemblare una diagnosi sommaria, ma si spera il più precisa possibile, per non morire.

E quando i  vicini di casa ti sporgono la cipolla che non puoi andarti a comperare e te la sporgono a 20 metri di distanza perchè potresti contaminarli con i tuoi microbi: chissà cosa avrebbe detto Madre Teresa di Calcutta che invece abbracciava i lebbrosi certa che il potere spirituale e l’Amore vincesse su qualsiasi malattia…

Per me, che sono figlia di una famiglia storica di medici, è abbastanza triste riscontrare il cambiamento di rotta che la medicina ha assunto in questi anni.
Ricordo, da piccola, la lunga fila di pazienti che attendevano il consulto di mio padre, all’epoca giovane medico della mutua. Attendevano ore, pomeriggi interi, senza lamentarsi, perchè sapevano bene che sarebbero stati davvero visitati, palpati, auscultati e soprattutto ascoltati.
Ricordo anche che nella sala d’aspetto c’era un bellissimo pianoforte a coda, in quel rosso legno di ciliegio, con i tasti in avorio, una rarità, un pezzo di antiquariato, non cosi ben accordato ma che io mi dilettavo a strimpellare.
Perchè anche la bellezza, anche l’arte cura.
Anche un paziente che non paga un consulto privato ha diritto alla bellezza.

Ora, invece, mi sono trovata ad acquistare medicine fuori dalla porta della farmacia, servita da una persona bardata di tutto punto come se stesse partendo sulla prossima navicella spaziale, mi hanno spedita fuori in tutta fretta verso l’uscio di servizio. Ma se fosse lebbra o peste e non solo influenza?
Mi sono sentita come una donna nera in Sud Africa, gettata nell’angolo polveroso, nel periodo dell’Apartheid.

Un giorno mi ritrovai all’Amedeo di Savoia, ospedale di malattie infettive, al ritorno da un viaggio in India.
Con il solito febbrone che quando mi ammalo, mi accompagna.
Il febbrone non passa. Dopo tre giorni la famiglia, di medici, mi consiglia l’ospedale. Era il periodo della Sars. Vado, non convinta torno a casa, poi rivado.
Esco da li dopo un bombardamento disumano di antibiotici, con una allergia che mi porto appresso ancora adesso: ora devo andare in giro con un tesserino apposta. E sapete come ne sono uscita?
Era luglio e la primario del reparto era appena tornata dalle vacanze, si vedevano ancora i suoi occhi pieni di mare, quel lunedi.
Le dico che mi sarei curata con il mare, che avevo assoluto bisogno di mare: per fuggire dall’ospedale ho chiesto aiuto al blu che si rifletteva nei suoi occhi.  La primario, toccata nel segno, firmò il foglio di uscita.
Anche  lei che convinta che il mare fosse meglio dell’ospedale. Dopo la firma le chiesi: “ma che cosa ho,  secondo lei?”  Risposta: ma chissà, ci sono tanti virus in oriente, mica li conosciamo tutti!

Mi chiedo se nel 2022, in questo periodo di lucida follia che stiamo vivendo, mi avrebbe dato la stessa risposta.
Eppure si, l’Oriente è ancora e sempre sarà pieno di virus, microbi e malattie.
Che facciamo. Non viaggiamo più?
O proviamo a lasciarci attraversare da questi minuscoli esseri e instauriamo un bel dialogo?

Ma dai, soprassediamo a queste divertenti ciance e concentriamoci invece sul momento della malattia.
Il momento della malattia è un momento da dimenticare, in fretta. Per poter tornare a spassarsela, divertirsi, svagarsi, non pensare.
Cha fatica dunque pensare…
Quando arriva una malattia, qualsiasi malattia, che sia essa generata internamente o che ti invada dall’esterno, significa che il nostro sistema immunitario è debole e la tua psiche anche.
Perchè è debole?
Ci sono innumerevoli ragioni ed è qui che occorre imparare a pensare.
Non vogliamo sentire dolore. 
Neppure il dolore del parto ci convince più.
Il dolore fa male.
Eppure è solo attraversandolo che si impara, si cresce, si cambia.
Attraversarlo significa entrarci dentro, lasciartici trasportare, fino ai confini della sopportazione.
Perchè cosi, solo cosi, avviene la vera rinascita.
Ma chi ha voglia di fare questo processo?
“Ma chi me lo fa fare?”, direte voi.

Hai mai provato? Hai mai provato a non opporti, a lasciarti perfino sedurre dal dolore?
Può trattarsi di un dolore fisico, oppure emotivo. Non importa.
Importa non remare contro quell’onda, perchè se essa è arrivata in te, c’è sempre un motivo.
Se il sistema immunitario è debole c’è sempre un motivo.
E occorre fermarti a pensare, a definire quale è il motivo, cosa è successo in te.
Quale disagio, quale dolore stai vivendo?
Occorre iniziare da li, a pensare.

E poi si passa alla accettazione, alla accoglienza. Accettazione non al “pronto soccorso”, ma accettazione di cosa ti sta succedendo.
Non remare contro corrente cercando appigli di fortuna, per cavartela più in fretta e dimenticare l’accaduto.

Vivere pienamente e consapevolmente il processo del dolore significa assistere e compiere un passo evolutivo importante.
Significa comprendere come mai il tuo sistema immunitario ha abbassato le difese, significa iniziare una riflessione importante sulla tua persona e le tue scelte.

L’arte, l’ espressione personale, che sia disegnare, fotografare, scrivere , l’ironia, la poesia, qualsiasi creazione aiuta.
Sono processi, quelli della malattia che, se ben inquadrati, valgono come anni di psicoterapia.

Quindi non evitare il dolore, se riesci, lasciati invece guidare dalla malattia, dalla febbre, dalla tosse, dal raffreddore, dal dolore articolare, dall’ansia e segui quei sintomi e quelle sensazioni come farebbe un cane da tartufo.
Annusa da dove arriva il tuo disagio e nella totale onestà, chiarezza, arrendevolezza a te stesso e al tuo sintomo, saprai distinguere chi sei.
Il corpo parla, e imparare ad ascoltarlo è magia.

E poi, se tutto questo è stato vissuto, arriva la trasformazione.
Non quella temporanea, non quella contingente che ti permette nuovamente di accedere ai piaceri della vita: l’aperitivo, il cinema, lo sport, non solo, intendo, ma quella più intensa e profonda, quella che ti mostra la nuova strada in arrivo.

Certo, se non ce la fai da solo, è bene farsi aiutare. Non sappiamo fare sempre tutto da soli e va bene cosi.

Ma certo è che la malattia sopraggiunge quando ne hai bisogno, proprio come un maestro spirituale.

La vita è fantastica, se solo avessimo il desiderio e il tempo di assecondarla.

Grazie a tutti i medici, gli amici, gli allievi, i conoscenti e i vicini di casa!